La rubrica di Alessandro Cataldo
Alessandro Cataldo
“Lavoro nel turismo dai tempi in cui “viaggiare era ancora un’avventura” mi occupo di ideare, progettare e organizzare tecnicamente tutti i viaggi che portano i nostri gruppi di maratoneti a correre in tutto il mondo. Curo i contenuti dell’Editoriale della nostra newsletter, dove ogni mese racconto aneddoti, curiosità e novità sul mondo della corsa.”
Cosa cerchiamo davvero nei 42 chilometri e 195 metri?
La maratona è diventata un viaggio. E il viaggio è diventato parte della maratona.

Quasi 60.000 runner a Parigi. Oltre 56.000 attesi sulle strade di Berlino. Londra si prepara ai 100.000 del 2027 nella strabiliante edizione DOUBLE. Sydney, entrata con autorevolezza nel circuito delle World Marathon Majors, capace di richiamare laggiù nel “down under” del pianeta atleti da ogni parte del mondo. E poi Boston, New York, Chicago, Tokyo, Cape Town con richieste di partecipazione che ogni anno superano di gran lunga i posti disponibili.
La maratona non è mai stata così popolare.
E allora viene spontanea una domanda: perché, proprio oggi, così tante persone decidono di affrontare 42 chilometri e 195 metri?
Non può essere soltanto per il cronometro.
Naturalmente il tempo continua ad avere la sua importanza. C’è chi cerca il personale, chi sogna di scendere sotto le tre ore, chi sotto le quattro, chi vuole qualificarsi per un’altra gara. Ma basta trovarsi alla partenza di una grande maratona internazionale per capire che sta succedendo qualcosa di più grande.
Intorno a noi ci sono runner di ogni età, provenienti da centinaia di Paesi, ciascuno con la sua storia e la sua ispirazione, che sarà a fianco a quella di migliaia di altre. C’è chi corre la prima maratona della propria vita e chi ne ha già completate cinquanta, cento o anche di più. Chi vuole conquistare una nuova Major, chi lotta per la 6 STARS MEDAL e da adesso anche per la 9 STARS MEDAL, e chi ha scelto quella città semplicemente perché, almeno una volta nella vita, desiderava correre proprio lì.
La maratona è diventata un viaggio. E il viaggio è diventato parte della maratona.
Forse è questo uno dei cambiamenti più interessanti degli ultimi anni.
Non scegliamo più soltanto una gara. Scegliamo Chicago, Sydney, Cape Town, Londra, New York. Scegliamo una città, una cultura, un percorso, un’atmosfera. Cominciamo a vivere quell’esperienza un anno prima della partenza, durante gli allenamenti, e continuiamo a portarcela dentro molto tempo dopo aver tagliato il traguardo.
La medaglia, alla fine, è soltanto il simbolo che ce lo ricorda, un trofeo per la nostra raccolta.
Ma dietro quella medaglia ci sono le sveglie al mattino, gli affetti familiari da salvaguardare, i maggiori sacrifici per rendere compatibile la preparazione sportiva al lavoro, i lunghi del fine settimana, qualche allenamento andato male, i dubbi, la valigia preparata, l’arrivo in una città lontana, l’Expo, la tensione della sera precedente. Poi finalmente la partenza, il pubblico lungo il percorso, i chilometri che diventano sempre più difficili e quel traguardo che riesce quasi sempre a cancellare tutta la fatica e rende tutto coerente e plausibile.
Ed è probabilmente per questo che ricominciamo ogni volta lo stesso percorso.
In un mondo che sembra voler rendere tutto più rapido e immediato, ma anche più superficiale, la maratona ci propone esattamente il contrario. Ci chiede tempo, metodo, pianificazione, sacrificio, pazienza. Non concede scorciatoie. Ci obbliga a costruire qualcosa giorno dopo giorno.
E quando decidiamo di correrla dall’altra parte del mondo, aggiungiamo alla sfida sportiva qualcosa di ancora più prezioso: la scoperta.
È anche il motivo per cui è nata Maratone nel Mondo.
Non soltanto per accompagnarvi sulla linea di partenza delle grandi maratone internazionali, e fornirvi di tutto il supporto logistico necessario, ma per cercare di farvi vivere tutto ciò che esiste prima, intorno e dopo quei 42 chilometri e 195 metri.
Perché possiamo dimenticare il tempo che abbiamo ottenuto.
Possiamo persino dimenticare qualche chilometro particolarmente difficile.
Ma difficilmente dimenticheremo dove eravamo, con chi eravamo e che cosa abbiamo provato quando abbiamo tagliato quel traguardo.
Forse, alla fine, è proprio per questo che siamo sempre di più.
E per questo continuiamo a correre.
Alessandro Cataldo



